Il corpo come risorsa nella pratica professionale
In un'antica villa toscana
immersa tra uliveti e vigneiti
Viviamo tempi complessi.
Siamo tesi, stressati, preoccupati dalle tante notizie che ci bersagliano, a volte aggressivi e distanti, anche da noi stessi.
Il contatto, quella relazione incarnata essenziale alla vita, non tiene il passo della quotidianità e per questo facciamo fatica a percepire l’altro e noi stessi con l’altro, a sentire e sentirci persone prima che ruoli.
La povertà di contatto ci rende fragili e soli, chiude le nostre finestre sul mondo e ci priva di una fonte insostituibile di benessere.
Noi, professionisti d’aiuto, reggiamo una pressione sempre più forte. Siamo chiamati ad ascoltare, sostenere, proteggere.
Come farlo, nel rumore in cui siamo immersi, senza perderci o andare in burn out?
Che cosa rende bravo un professionista e cosa lo sostiene?
La qualità della sua presenza, che è prima di tutto presenza a se stessi, nel corpo. La capacità di essere e stare in relazione, di accogliere l’altro senza consumarsi o smarrirsi. Di stare in contatto, a partire da sé. Dal proprio ben-essere. Dalla propria integrità.
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